CONTRASTO FRA UN POVERO E UN RICCO
 
POVERO
Io ne ringrazio il sommo Dio supremo,
i cieli, gli elementi e la natura,
perché mi godo il fuoco nell’inverno;
l’estate poi sto sotto una frescura
così felicemente mi governo,
finchè questa miserabile vita dura:
or lasciami pigliare la zampognino,
per cantar lode alla bontà divina.
 
 
RICCO
Chi siete voi in quel bel boschetto,
col pelliccione e la zampogna al lato,
che cantando andate con tanto diletto,
e così contento, felice e beato?
 
POVERO
Chi sei mai tu che senza alcun rispetto
turbando vai il mio felice stato?
Prima mi dirai della tua condizione
e poi del viver mio ti do ragione.
 
 
RICCO
Son gentiluomo di grand’altezza nato,
ricco, pomposo, altero e furibondo;
son dominatore di un grande stato
e faccio il viver mio lieto e giocondo.
 
POVERO
Io son villano, più di te beato
perché mi godo la metà del mondo:
mi godo nell’inverno l’aria, il fuoco e il sole
e nell’estate i frutti e le viole.
 
 
RICCO
Città, torri e castelli io signoreggio,
schiavi, cavalli e gran tappezzerie:
sono chiamato signore di alto seggio
e tengo in corte una gran signoria.
 
POVERO
Sempre i miei cari figli al fianco veggio
con la mugliera alla capanna mia;
ho dieci capre e venti pecorelle,
un par di buoi e quattro vaccarelle.
 
RICCO
In un giardino il mio palazzo è bello,
fatto con grande ingegno e con gran cura:
camere, e sale parate di oro bello,
d’oro e d’argento è la tempestatura,
della musica mia non ti favello
che darmi diletto ella procura;
e tu, meschino, alloggi in una capanna
fatta di vinchi e tessuta di canne.
 
POVERO
La mia capanna sta fra un bel boschetto,
sopra una valle in mezzo agli arboscelli;
oh, che dolce piacere, oh che diletto,
sentir cantare vari augelli!
Vola il vago usignol senza sospetto,
cantando intorno per quei ramoscelli,
sento il giorno fringuelli e calenzuoli
e il mattino, poi, vaghi usignoli.
 
RICCO
Io mangio in mezzo ad una sala ornata,
con paggi intorno e con galanteria
con la dispensa bene apparecchiata
e ben fornita con argenteria,
con vivanda gentile e delicata
di quello che mi va per fantasia.
Tu spesso mangi il porco con il pane,
io mangio starne, capponi e fagiane.
 
POVERO
Se mangi in sala tu coi servitori,
io mangio all’orto presso una fontana,
dove sono arboscelli, fronde e fiori
che pur ci mangerìan Venere e Diana;
e se tu gusti vari e  bei sapori,
hai un gran timore che sian vivanda strana:
sicuramente io mangio una frittatella
di uova e prosciutto, e bevo alla cannella!
 
RICCO
Dopo mangiato, con molti strumenti:
arpe, chitarre, violini e lire,
qui si comincia con soavi accenti,
a chi più bene sa qualcosa dire:
all’armonia si fermano anche i venti,
al suon, alle parole, al proferire;
poi ci voltiamo a fare quattro balli,
e poi facciam sellare anche i cavalli.
 
POVERO
Dopo mangiato ringraziamo Iddio,
pei molti benefizi ricevuti,
e poi con allegrezza e con desìo
mettiamo mano ai nostri liuti.
Sopra una cetra, col compagno mio,
cominciamo a cantare quattro saluti,
al Sommo Creator dell’Alta Corte,
chè delle grazie sue ci apra le porte.
 
RICCO
Cavalco sopra di una saura bella,
con i miei paggi e servitori eletti
e d’oro trapuntata è la sua sella,
vivacemente salta, e fa corvetti
e tu cavalchi sopra un’asinella
ben stanca, zoppa e con molti difetti.
Io vado a spasso poi per le cittade,
mirando donne belle e ancor garbate.
 
POVERO
Se cavalchi su di una saura bella,
porti pericol di cascare assai,
e s’io cavalco sopra un’asinella,
non ho paura di cader giammai;
e se tu miri qualche donna bella,
di mail pensiero certo peccherai.
Tu vai a spasso, ed io alle vischiate
nella verde stagione, e ancor l’estate.
 
RICCO
Io trovo la mia mensa apparecchiata
con starne, con fagiani e con vitella;
e poi per una serva a me fidata
mando a chiamare la mia donna bella.
Con vivanda gentile e delicata,
la fo mangiare, e io mangio con ella.
Dopo che abbiam finito di mangiare,
incominciamo a ridere e burlare!
 
POVERO
Io trovo mia moglie e i miei figliuoli
lieti e contenti nella mia capanna;
e cotti alcuni ceci, oppur fagioli,
li mangio, ed a me paiono dolce manna;
e se ho quattro merli, od usignoli
li pelo e li infilo a uno spiedo di canna
beatamente poi ce li mangiamo,
e l’eterna bontà noi ringraziamo.
 
RICCO
Dopo che ho riso e ho burlato un’ora,
accenno ai miei paggi, e son spogliato
e la mia donna la si spoglia ancora
entriamo dentro un letto profumato.
Non pensar che mi levi con l’aurora,
ma bensì quando il pranzo è apparecchiato.
Poiché arrivata è l’ora del mangiare
ci cominciam, poi, ridendo, ad alzare.
 
POVERO
Ringrazio Iddio, e me ne vado a letto,
dopo che io mi levo da mangiare,
e penso solo di non fargli dispetto,
e a Lui, sommesso, sempre cerco stare,
e di portare al prossimo rispetto.
La donna d’altri io la lascio stare
e mi levo, talora, la mattina,
che canta il gallo, e leva la gallina.
 
RICCO
Noi ci leviam con piacere e festa
e m i faccio portare un bel vestito,
dò alla mia donna qualche bella vesta
con allegrezza e gaudio infinito
io mi acconcio la barba, e lei la testa
ed accenno lo specchio con il dito:
là dentro ci miriamo tutti e doi,
ridendo e motteggiando fra di noi.
 
POVERO
Ed io quando già mi alzo la mattina,
mi metto indosso il mio bel pelliccione,
e alzando gli occhi alla bontà divina,
incominciamo a fare l’orazione.
Mi raccomando a Santa Caterina
con molto affetto e con gran devozione,
di poi mi specchio con perfetto amore,
dov’è il ritratto di nostro Signore.
 
RICCO
Ed io, quand’è una festa principale,
in tal giorno mi cingo un bel vestito,
fuori d’ogni costume naturale,
d’argento e d’or trapunto e ben guarnito
di gioie, pietre e perle orientale,
ricamato il cappello e ben fornito
acciocchè ognun meravigliato resti,
vedendomi portar si ricche vesti.
 
POVERO
Ed io, quand’è una festa principale,
vado a trovare un padre confessore,
a lui confesso il peccato mortale,
e me ne rendo colpa con dolore
odo la messa e leggo il rituale,
e cerco di accostarmi al mio Signore.
All’indulgenze poi vado quel giorno,
e la sera ai miei figli fo ritorno.
 
RICCO
Io solo penso di darmi piaceri.
Di poi che ho dato ordine al mio cuoco,
ora con donne belle e cavalieri
ed ora in qualche dilettevole giuoco,
tutto ciò si affaccia ai miei pensieri;
io li contento tutti e in ogni loco.
Or cerco nuovo spasso e nuova festa,
acciò nessun pensier mi sia molestia.
 
POVERO
Io solo penso andare a faticare,
piantare all’orto qualche frutto ameno,
or piglio la zappa e vò a zappare,
ed ora coi bovi aro il terreno,
ora piglio il falcione e vò a falciare,
ed ora mieto per le bestie il fieno,
ancora vado attendere agli augelli,
agli orti, all’acqua, e presso gli arboscelli.
 
RICCO
A te ti è forza andare a faticare,
che campi con sudore e con fatica,
se tu non fatichi, tu non puoi campare,
che vivi appunto come una formica.
Io voglio notte e giorno trionfare
in quella libertà tranquilla e amica.
Mentre che dormo, mangio e vado a spasso,
ad altri faticar la cura lasso.
 
POVERO
E’ vero, che io lavoro assai l’estate
per stare a spasso parte dell’ inverno
e a far ai poverelli caritate
di quel che mi provvede il ciel superno;
ma tu, senza pensier e senza pietate,
senza timor di Dio, né dell’ inferno,
sol pensi a darti spasso, feste e giuoco
e della povertà ti curi poco.
 
RICCO
E cosa importa a me dei loro affanni?
questo pensier da me mando in oblio;
o che siano mendichi, o senza panni,
poco mi curo del loro fatto, io!
e fatiche, travagli, fame,o danni,
soffra chi vuol patire, ma non io:
Io dello stato altrui poco mi curo,
e di stare sempre bene mi procuro.
 
POVERO
A te son corse le ricchezze e l’oro,
perché  tu hai tanta roba e tante entrate,
e ben t’adorni con molto decoro,
perché la nostra parte t’è toccata!
ma non te ne fidar del tuo tesoro,
che la fortuna un dì ti sarà ingrata!
da cielo in terra ti farà cascare,
e forse ti farà jre a zappare!
 
RICCO
A fè, che se tu fossi pare mio,
io ti vorrei insegnare a ben parlare;
Farti vedere villanaccio rio,
quando che miei pari vanno a zappare!
Hai visto mai il tesoro che tengo io?
Non si possono i miei scudi numerare ,
l’oro e l’ argento e la tappezzeria
che non fu vista mai tal signoria.
 
POVERO
Piano, padrone mio pensa alla fine.
Quanti ne ho visti dei pari tuoi
mutarsi un bel vestito le mattine,
e poi sono andati a guardar i buoi?
Ed hanno avuto care le zegrine,
per vestirsi miseramente poi!
talchè, padrone, pensa a quel che fai ,
se lieto or sei, domani nol sarai.
 
RICCO
O dunque, hai visto dei pari miei
venire in gran miserie ed afflizione?
E cadere in disgrazia degli dei,
e perdere la lor reputazione?
 
POVERO
Io ne ho veduti più di cinque o sei
Mangiar per fame ,di belle pattone,
E ne ho vedute ancora decollare,
Chi s’è voluto in ricchezze fidare.
 
RICCO
Saranno stati quei baroncelli
Di quelli che hanno avuta poca entrata,
Saranno divenuti poverelli,
perché l’economia non hanno usata.
Hai da tacer, che non sono io di quelli,
ché altrimenti ho la roba accumulata.
Io ho tanto olio, cacio, vino e grano
da mantener l’esercito italiano!
 
POVERO
Si son veduti i conti e i marchesi,
mercanti genovesi e fiorentini,
vivere in feste e in spassi nei paesi,
poi sono tornati miseri e meschini;
quanti si sono con le loro mani offesi.
Sono molto afflitti, miseri e tapini:
non trovano mai più alcun corteggio,
ed hanno perso l’anima, che è peggio!
 
RICCO
Come vennero in tal miserie strane,
i signori mercanti genovesi e fiorentini?
Dove son jte le sete e le lane?
Che n’hanno fatto di tutti quei quattrini?
 
POVERO
Questi con giuochi e quei con donne vane,
chi con amici falsi e assassini,
chi è caduto in disgrazia della corte,
perché il peccato genera la morte.
 
RICCO
Or m’hai posto un gran timor nel petto;
ne sento tutto il sangue in me ghiacciare
e di cercare aiuto son costretto.
Consigliami, fratello, che ho da fare,
che della roba mia ne sto in sospetto!
Mi fan le tue parole dubitare.
io temo di sfortune e temo forte
che non giri col tempo la mia sorte.
 
POVERO
Il perdere la roba non è niente,
che ad ogni modo tu l’hai da lasciare.
A te brama la morte ogni parente,
per poter la tua roba ereditare.
Cerca l’alma salvar solamente,
che gli effetti con te non puoi portare
E tanta roba appunto porterai,
per quanta ai poverelli ne darai.
 
RICCO
O come posso l’anima salvare
E che non vada la mia roba in rovina;
 
POVERO
Fai bene ai poverelli e non pensare,
vattene alla chiesa ogni mattina,
così l’alma e la roba puoi salvare,
con l’andare ogni giorno alla dottrina.
E mangia e bevi poi mediocremente,
questo esempio però tieni ben a mente.
Se vuoi salvarti dall’inferno rio,
da quella dannazione tremenda e forte,
di donne dall’altri non aver desio,
ma vivi solo con la tua consorte.
Abbi tu sempre un ver timor di Dio.
E fa che sempre tu pensi alla morte,
pensa allo scuro tenebroso inferno,
che da fuoco, fetor, tormento eterno.
Ora fratello mio, me ne vò andare,
e ritornare là, alla mia capanna,
di quel che ho detto mai non ti scordare;
non esser vacillante come canna,
che un’ora ferma in piedi non può stare
e ogni piccol vento la condanna;
ma sta costante,
pensa la paradiso,
dov’è gioia, piacere, contento e riso.